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Asia Modena ¤ Appunti Yoga 9 ¤ martedì 23 febbraio 2010

Tradurre l’aperto dell’ottava elegia

Rainer Maria Rilke
Ottava elegia duinese
(Dedicata a Rudolf Kassner)

Con tutti gli occhi vede la creatura
l'aperto. Gli occhi nostri soltanto
son come rivoltati e tesi intorno a lei,
trappole per il libero suo uscire.

Ciò che è fuori, puro, solo dal volto
animale lo sappiamo; perché già tenero
il bimbo lo volgiamo indietro, che veda
ciò che ha forma, e non l'aperto, che
nel volto animale è si profondo. Libero da morte.
Questa noi soli la vediamo; il libero animale
ha sempre dietro sé il suo tramonto
e a sé dinanzi Dio, e quando va, va
nell'eterno; come le fonti vanno.

Noi non abbiamo mai, neppure un giorno
lo spazio puro innanzi, nel quale in infinito
si dischiudono i fiori. E sempre mondo
e mai non-luogo senza non: il puro,
incustodito, che si respira,
si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo
in questo si perde uno in segreto e
viene scosso. O un altro lo è morendo.
Poiché vicino a morte più non si vede morte,
si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d'animale.

Gli amanti, se non ci fosse l'altro che
la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore...
Quasi per una svista, per loro dietro l'altro
l'aperto si dischiude... Di là da lui però
nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo.

Alla creazione rivolti sempre, vediamo
in essa solo rispecchiato l'aperto,
oscurato da noi. O che un animale, muto,
alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
Questo è destino: esser di fronte
e poi null'altro e di fronte sempre.

È vero! Ogni creatura con tutta se stessa vede il vedere, l'aperto. Vede che c'è vedere.
Guardando da fuori l'animale - o l'uomo - siamo abituati fin da bambini a vederne solo la forma. Siamo abituati a volgerci indietro, alle idee e alle rappresentazioni. E allora ci limitiamo a catturarne le sembianze fisiche e non vediamo il suo sguardo vivente.
Ma talvolta nel volto di un animale - di un uomo - si svela qualcosa di così pulito, profondo: l'aperto che sa che c'è aperto.

E dal punto di vista dell'animale? L'aperto vivente dell'animale si è per sempre lasciato alle spalle la morte, la forma, il tempo.
Si apre in avanti sul vedere, non sullo sviluppo o la rovina. L'animale - io - non ha davanti un mondo. Forse non ci sono "tanti aperti", ma l'aperto.

Ogni creatura è sapiens sapiens, sa di sé sapente. Per questo si volge avanti verso l'eterno saper d'essere, in cui "in infinito si dischiudono i fiori". Quando si volge indietro vede solo forme, cose di fatto presenti ma senza stupore.

L'aperto è non luogo, non tempo, non morte. Non è neppure vedere.
E anche il "non" è di troppo, sembra una negazione ma l'aperto non è un atto di negazione delle cose o degli atti. È l'aprirsi sul sapere che c'è mondo … c'è luogo, tempo, morte… c'è vedere. Fenomeni sospesi, irrelati.

L'aperto non è riconducibile a "qualcosa" che si possa custodire o preservare dalla dimenticanza, o desiderare. Se così fosse sarebbe una dimensione, un modo d'essere raggiungibile con un atto intenzionale.
L'aperto è da sempre, per sempre. Semplicemente si sa essere (ma come fa?!), si sente essere nel respiro.

Lo cogliamo da bimbi, o morendo. Da fuori solo sembriamo incantati, con grandi sguardi da animali stupiti. "Poiché vicino alla morte non si vede più morte".
Lo cogliamo nell'amore, ma solo quando - quasi per una svista - non si fa colmare e oscurare dalla forma del nostro amante. Allora il "nostro aperto" si dischiude.

Quasi sempre tuttavia, il vedere che c'è il vedere si spegne. Restiamo al di là dell'aperto, fissati in una immagine o un'idea. Diventiamo prigionieri del mondo, del tempo, della morte. Restiamo catturati nello specchio della creazione o della mente personale, che oscurano l'aperto.

Così oscurati contempliamo un animale - un uomo - e vediamo solo che alza in silenzio il suo sguardo quieto e ci attraversa. Ci figuriamo di stare lì, una forma di fronte a un'altra forma. L'animale respira, pulito e aperto, ma noi non vediamo l'aperto, dall'aperto.
Sembra che abbiamo il destino di essere sempre di fronte
E poi … null'altro.

Due praticanti

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