A.S.I.A. dojo Modena
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Asia Modena ¤ Appunti Yoga 9 ¤ martedì 23 febbraio 2010

Alejandro Jodorowsky. Il dito e la luna

Alejandro Jodorowsky
Il dito e la luna. Racconti zen, haiku, koan
Mondadori, Milano 2009

Gli occhi ben aperti

Un discepolo chiese al suo maestro:

«Maestro, come raggiungere l'illuminazione?»

«È molto semplice» rispose il maestro. «Per raggiungerla, devi fare esattamente quello che fai ogni mattina per far sorgere il sole.»

Perplesso, il discepolo si grattò il capo chiedendosi che cosa potesse mai fare lui per far sorgere il sole. Dopo lunga riflessione, arrivò alla conclusione che, in fondo, non faceva assolutamente nulla.

«Ma allora, a che scopo studiare la calligrafia, il karaté, il kendo, il tiro con l'arco, l'ikebana, la preparazione dei bonsai e tutto il resto?» chiese al maestro. «A che serve tutto ciò?»

«Affinché, quando il sole sorge, tu abbia realmente gli occhi ben aperti.»

Dobbiamo prestare grande attenzione a quello che siamo realmente. Essere coscienti del sole che ci portiamo dentro. Per raggiungerlo, dobbiamo lavorare intensamente e profondamente, praticare molti esercizi per sviluppare l'attenzione e la concentrazione. L'atto di risvegliarsi significa essere svegli davanti al proprio sole.

Ecco perché si lavora tanto: per lasciare che le cose si manifestino da sole.

Che cosa fai per sviluppare l'attenzione in te stesso? A mio giudizio, esistono due strade da seguire simultaneamente.

La prima consiste nello sviluppare l'attenzione verso se stessi. Lavorare su se stessi finché non si raggiunge il vuoto. Quando lo si è ottenuto, l'Universo si manifesta in noi. Nel corso di questa pratica si ampliano, si approfondiscono, si intensificano, si meditano, si lavorano le proprie idee, i propri sentimenti, i propri desideri e la propria vita materiale. Si lavora per raggiungere il vuoto.

Simultaneamente, nel rapporto con l'esterno si lavora per l'unione, allo scopo di raggiungere la pienezza personale. Vale a dire, per dissolversi nella totalità. Questa è la seconda strada.

La meditazione consiste dunque nell'essere la totalità e la vacuità, nell'essere tutto e nell'essere nulla. Se si lavora tanto è, da un lato, per unirsi alla Totalità, totalità dell'Essere, della manifestazione e della non-manifestazione, e dall'altro, per raggiungere il nostro vuoto essenziale che è questa stessa Totalità.

Ecco l'illuminazione. È semplice e difficile allo stesso tempo.

I monaci e i conigli

Due monaci se ne stavano seduti in mezzo alla natura. Uno era circondato da conigli e l'altro no. Quello che non aveva conigli intorno disse all'altro:

«Sei un santo! È incredibile! I conigli ti stanno tutti attorno, mentre da me scappano via. Qual è il tuo segreto?»

«Non ho nessun segreto. Non mangio coniglio, e questo è tutto.»

Se vuoi che qualcuno abbia fiducia in te, devi parlargli come fossi uno specchio perfettamente pulito. Nella splendida esposizione di pietre del Jardin des Plantes c'è lo specchio di ossidiana più bello che esista in Europa. Ecco, tu devi diventare come quello specchio: riflettere l'altro senza critica né proiezione.

Il miracolo e la fede

Due discepoli chiacchieravano.

«Il mio maestro attraversa il fiume camminando sulle acque. Il tuo è capace di fare miracoli come il mio?» chiese il primo, con aria di superiorità, al secondo.

Questi gli rispose umilmente:

«Il miracolo più grande che fa il mio maestro è di non farli.»

All'epoca in cui non avevo fede, ero solito pregare: «Dio mio, fa' che appaia una rosa nella mia mano! Ti giuro che se lo farai non lo racconterò mai a nessuno, rimarrà per sempre tra te e me, però, per favore, rispondimi!».

Era davvero idiota come atteggiamento. La fede è proprio credere senza nessuna prova.

Se cerchi dei segni, delle manifestazioni miracolose, è perché non hai fede.

Io non sarei migliore se, come Sai Baba, mi mettessi a far apparire chili di cenere nella mia mano. Si sentono attratti da questo genere di miracolo solo coloro che non sono soddisfatti di se stessi e che cercano di dimostrare a se stessi che esiste qualcosa di più grande di loro.

Sono soddisfatto di essere quello che sono. Devo vivere quello che devo vivere. Unicamente Dio deciderà la durata della mia esistenza, qualunque essa sia. Che Dio mi illumini o no, io lo accetto. Se fa apparire una rosa nella mia mano e mi fa levitare, sarà solo volontà sua. Se niente di tutto ciò mi accade, non importa. Per me non fa alcuna differenza.

La prova della brocca

Un maestro di spada presentò i suoi tre figli a un famoso maestro d'armi, allo scopo di mostrargli il livello da loro raggiunto in questa arte. Mise una brocca d'argilla in equilibrio su una porta socchiusa e subito chiamò il più giovane dei suoi figli. Questi, aprendo la porta, fece oscillare la brocca, che finì per cadere. Ma prima che si rompesse a terra, il ragazzo aveva preso la sua spada e decapitato l'oggetto. Il padre, rivolgendosi all'altro maestro, gli confessò che questo figlio non aveva ancora raggiunto la perfezione.

Mise allora un'altra brocca sulla porta socchiusa e chiamò il suo secondo figlio. Questi sguainò la sua spada in un batter d'occhio e tagliò in due la brocca molto prima che toccasse terra.

«Il mio secondo figlio ha raggiunto un livello superiore» concluse il padre.

Ripeté quindi l'operazione con il figlio maggiore. Anziché sguainare la spada, il maggiore prese la brocca al volo e la mise delicatamente a terra.

Il padre disse:

«Questo ha raggiunto il livello più alto.»

Il maestro d'armi, testimone delle prodezze dei tre figli, collocò la brocca intatta sulla porta e chiamò il suo alunno più bravo. Questi, affacciandosi appena col capo, sorrise divertito e, mostrando di aver intuito l'intenzione del suo maestro, non aprì la porta.

Con il terzo apprendista, vediamo che quando si raggiunge la vera maestria non c'è più bisogno di distruggere nulla. Ci piace l'oggetto o il nostro avversario. Ma una volta arrivati al livello del quarto, si è raggiunta la perfezione. Non si cade più nemmeno nel tranello. Non si deve più risolvere il problema, perché si riesce a evitarlo. Colui che raggiunge la perfezione nell'arte della spada non ha mai bisogno di usare la sua arma. Previene lo scompiglio ancor prima che si verifichi. Lo vede arrivare a un miglio di distanza.

L'apprendistato

«Maestro, voglio studiare l'arte della spada.»

«Dieci anni.»

«Ma sono troppi!»

«Allora, vent'anni.»

«Ma sono un'enormità!»

«Trent'anni.»

Senza pazienza, non si ottiene nulla. Bisogna andare avanti tranquillamente, e le cose finiranno per arrivare.

In fin dei conti, il tempo non ha importanza. Dobbiamo capire che un essere evoluto non vive nel tempo. Vive con il tempo. È lui a essere il tempo. Che cosa gli può interessare fare una cosa in ventisei anni o immediatamente, dal momento che la farà comunque?

Attenzione

«Maestro, che bisogna fare per apprendere l'arte della spada?»

«Bisogna fare attenzione.»

«Tutto qui?»

«No, bisogna fare attenzione e ancora attenzione.»

«È proprio tutto qui?»

«No, bisogna fare attenzione, ancora attenzione e ancora più attenzione.»

Si tratta dell'attenzione costante. Come una tigre in agguato, sempre allerta, vigile, osservi il tuo essere. Osservi i tuoi pregi. Osservi la tua verità con il desiderio insaziabile di nutrirti di te stesso. Non lo fai in maniera egoista. Cerchi di nutrirti del tuo essere vero, perché è qui che si trova l'essere vero dell'Universo.

In questa osservazione continua, la scoperta del più piccolo difetto ti rende felice. Piangi di emozione al pensiero che puoi correggerlo. Che potrai superarlo. È un'opera che il tuo essere essenziale ti spinge a fare.

Scopri i tuoi difetti, ma puoi anche scoprire i tuoi pregi.

L'infinito

Quando il pesce è nell'oceano, l'oceano è infinito.
Quando l'uccello è nel cielo, il cielo è infinito.

L'uccello e il pesce devono stare nel proprio elemento naturale affinché esso sia infinito: l'uccello nell'acqua affoga, mentre il pesce nell'aria soffoca.

Il giardino zen

Un maestro zen chiese a un suo discepolo di pulire il giardino del monastero. Il discepolo pulì il giardino e lo lasciò in uno stato impeccabile. Il maestro non rimase soddisfatto. Lo rispedì a pulire una seconda volta, e poi una terza. Scoraggiato, il povero discepolo si lamentò:

«Maestro, non c'è più nulla da mettere in ordine, più nulla da pulire in questo giardino! È già tutto a posto!»

«Tranne una cosa» rispose il maestro.

Scosse un albero e si staccarono delle foglie, che andarono a cadere per terra.

«Ora il giardino è perfetto» concluse.

Esiste un aspetto ordinato della mente che permette all'intelletto di lavorare nell'ordine, e un aspetto disordinato che permette all'inconscio di manifestarsi. L'ordine perfetto esiste solo accanto al disordine. L'ordine totale in un giardino uccide il giardino.

A proposito del maestro e del discepolo nel koan

Nel koan, di solito, il maestro e il discepolo sono insieme. Immagino il maestro completamente rilassato e sereno, e il discepolo teso e nervoso. Se il guru è nervoso e si trattiene, vuoi dire che non è un vero maestro. È un discepolo. Al contrario, se si gratta le natiche è un maestro. Joshu ha precisato questa idea in una meravigliosa frase: «Quando l'uomo comune conosce, si trasforma in un saggio e quando il saggio conosce, si trasforma in un uomo comune».

Un aneddoto storico sulla vita di Joshu racconta il modo in cui questo maestro viveva il suo insegnamento nella vita di ogni giorno.

Una persona venne a fargli visita per la prima volta. Il visitatore vide, in fondo al giardino, un bellissimo anziano assorto in profonda meditazione. Chiese al giardiniere, che era lì accanto, se quell'anziano fosse Joshu. E il giardiniere gli rispose: «No, assolutamente, Joshu sono io. Quello è il mio discepolo migliore».

Quando si vedono i grandi guru, si può essere portati a pensare che la loro ricerca non abbia raggiunto la vetta. Un maestro non si comporta così. È invisibile. È un uomo comune che ha percorso la strada fino alla fine.

Ritornare nel mondo

Un monaco buddhista chiese a Kejon:

«Come ritorna nel mondo normale un illuminato dopo aver meditato?»

Kejon rispose:

«Uno specchio rotto non riflette più nulla. I fiori caduti non torneranno più sul loro vecchio ramo.»

Una volta mi è capitato di tenere un corso in cui tutti sono caduti in trance. Avevamo fatto una meditazione profonda. Alla fine, uno mi dice:

«Quello che abbiamo vissuto è formidabile, ma adesso, quando usciremo di qui, come potremo vivere nel mondo?»

In un'altra occasione, avevo appena presentato un appassionante testo cabalistico quando uno si alza e dice:

«Tutto questo è molto bello, ma che succede quando si sta nel mondo "esterno"?»

Questo genere di domanda indica che colui che la formula non ha capito un bel niente. Significa allo stesso tempo: «II tuo insegnamento è completamente inutile. Non mi è servito a niente. Con te avanzo un pochino, ma non appena sarò uscito di qui il mondo cancellerà ogni cosa, perché non è come dici tu. Che fare dunque?».

Dicendo: «Quando uno specchio si rompe non riflette più nulla; quando i fiori cadono non torneranno più sul ramo», Kejon vuole dire: «È a te stesso che devi rivolger la domanda. Smetti di preoccuparti per il domani! Vivi l'esperienza, e poi si vedrà! Se entri profondamente nell'illuminazione, va' incontro al mondo e saprai che cosa succederà. Una volta che si è rotto lo specchio, non riflette più nulla. Una volta che si è rotto l'ego, sparisce. Quando i fiori sono caduti, non tornano più sul ramo. Stanno per terra, al loro posto. Quando sperimentiamo un cambiamento, esso ci mostra il nostro nuovo posto nel mondo».

Per imparare servono tre condizioni. La prima è che si voglia acquisire una conoscenza; la seconda è che essa si possa acquisire per poi passare a metterla in pratica, e la terza è che si accetti il cambiamento provocato da questa nuova conoscenza.

Le persone inciampano spesso su questo terzo punto. Fanno tutto ciò che serve per cambiare, ma quando arriva il cambiamento dicono: «Che succederà quando ritornerò nel mondo?».

«Ascolta! Fa' il tuo lavoro! Medita! Trova te stesso! E poi, va' nel mondo e vedrai! Non dirmi: "Sì, però..."! Fa' ciò che devi! Cerca! Vivi! Realizzati! Non mettere ostacoli alla tua realizzazione con la scusa che il mondo non possiede la bellezza che tu sai trovare dentro di te! Lascia affiorare la tua bellezza interiore e realizzati senza chiederti quello che succederà dopo o come reagirà il mondo!»

Ognuno di noi ha sempre un proprio posto nel mondo. Ci sono ovviamente posti per i pazzi e per i sadici, ma ce ne sono anche per le persone che hanno lavorato su se stesse. Esiste spazio per le persone positive, per le coppie che lavorano per creare la propria divinità, per tutti coloro che non accettano la negatività. Sapendo questo, che posti ti scegli? Io preferisco vivere e meditare su un fiore, piuttosto che su una carogna. È quello che fa il Pazzo dei Tarocchi di Marsiglia. Se guardi questa carta, lo vedrai camminare su un tappeto di fiori meravigliosi. Avanza di luogo purificato in luogo purificato e si realizza.

Se il mondo fosse totalmente, ma davvero totalmente imperfetto, non avremmo nessun termine di paragone per potercene rendere conto. Allora sarebbe perfetto. Perché l'imperfezione esista, servono dei piccoli isolotti di perfezione. Servono come confronto.

Tu, invece di avanzare di imperfezione in imperfezione e di errore in errore, cerca le falle del sistema, gli spazi di perfezione, e non avanzare se non sfruttandoli a tuo vantaggio. È così che troverai la tua vera gioia.

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