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Asia Modena ¤ Appunti Yoga 27 ¤ martedì 29 giugno 2010

Giuseppe Jiso Forzani. Ascoltare Dogen

Ehihei Doghen |
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II primo problema che presenta la lettura di Bussho - La natura autentica è quello della disposizione d'animo con cui lo accostiamo. Dal modo in cui ci disponiamo alla lettura e all'ascolto dipendono non solo il livello di interesse che il testo può suscitare e il grado della nostra comprensione, ma qualcosa che precede e quindi predetermina tutta la qualità e direi la sostanza stessa del nostro rapporto col testo. Mi spiego con un esempio: se io trovo in un antico libro di medicina la descrizione del sintomi, con relativa diagnosi e prognosi, di un malanno che ha afflitto persone sconosciute ormai defunte da tempo, il mio interesse sarà più o meno appassionato, a seconda della mia professione, ma comunque sempre distaccato e, in un certo senso, neutrale. Se invece sto leggendo la descrizione di sintomi che affliggono me, la mia carne, ora, procurandomi disagio e sofferenza, e se le relative diagnosi e prognosi toccano la mia possibilità di guarigione, allora la mia professione sarà del tutto ininfluente nel determinare l'intensità del mio interesse: sarà questione di me, della mia vita, di un tema rispetto al quale non sono neutrale. Ecco, se leggo il testo di Doghen con l'occhio e l'orecchio dello studioso, del religioso, dell'orientalista, della persona insomma che legge per professione, o per diletto intellettuale, o per accrescere le proprie nozioni culturali, allora sto per sottopormi a una fatica improba e probabilmente frustrante. Mi scontrerò non di rado con espressioni quasi del tutto incomprensibili, con una logica di cui mi sfuggono i passaggi, le consequenzialità e i sottintesi, mi troverò immerso in una visione ostica con cui mi sarà difficile, spesso, entrare in simpatia: e a volte dovrò barare, facendo dire al testo cose che non dice, al solo scopo di andare avanti e di non perdermi per strada. Oppure mi fiderò delle apparenze, come appaiono al mio occhio, e giudicherò il testo di Doghen secondo categorie che il suo stile stesso sembra suggerire alla mia comprensione. Per esempio, potrei ritenere, come molti studiosi fanno, che si tratti di un'opera che ha più a che fare con la filosofia che con la religione (fraintendimento che molti estendono al buddismo intero): un certo modo di argomentare, una prosa che non utilizza termini religiosi (sempre, ovviamente, secondo le nostre categorie di giudizio), il metodo analitico del procedere, sembrerebbero avallare tale giudizio. Ma, come afferma uno studioso americano, «è, tuttavia, un errore cercare negli scritti di Doghen un concreto sistema filosofico. Il suo proposito fu sempre soteriologico. [...] Le dottrine sono valide solo fintantoché aiutano la pratica, e sono distruttive in proporzione al grado in cui celano la pratica, grazie a studiosi che le usano per formulare la realtà in modo che si accordi rigidamente a una struttura concettuale a priori. II metodo di Doghen non è né anti-intellettuale né pro-intellettuale. Piuttosto, il suo metodo è semmai un processo creativo fra maestro e discepolo, fra testo e lettore».
Se quindi, fin da principio, mi dispongo a leggere e ad ascoltare qualcosa che parla di me, di ciò che è urgente ed essenziale per la mia vita, qualcosa che può aiutare a istradarmi nella buona direzione, allora, a poco a poco, il testo comincerà a parlarmi nella lingua che intendo. Sarà la mia disposizione, la qualità del mio interesse e della mia partecipazione, a schiudere il mio occhio e il mio orecchio e a mettermi nella relazione giusta.
Chi ha orecchio per intendere, intende: e per avere quell'orecchio, è indispensabile essere in sintonia. Doghen non sta trattando un tema interessante ma teorico, non sta facendo esercizi di profondità di pensiero, non scrive su commissione o per dovere: parla e scrive per urgenza interiore, e perché sa che il suo problema è problema di tutti, è il problema che tutti abbiamo, che tutti hanno avuto e avranno, anche se con diverse gradazioni (o persino in assenza) di consapevolezza e di sensibilità. Scrivendo, Doghen non assolve semplicemente un compito didascalico, ma corrisponde a una vocazione. La sua testimonianza, che nasce da un'esperienza religiosa profonda, non è un accessorio di quell'esperienza ma ne è parte integrante: senza la testimonianza non sarebbe vera neppure l'esperienza intimamente vissuta. Dire la via (per usare un'espressione cara allo stesso Doghen) non è altra cosa dal percorrerla: in senso religioso, non si può non esprimere la via che si percorre e non si può non percorrere la via che si esprime. Possiamo dire che, anche se ovviamente egli scrive per testimoniare ad altri e per essere letto da altri, scriverebbe comunque anche se sapesse che nessuno lo leggerà mai: scrive cioè per ottemperare a quella necessità religiosa che non separa la verità dalla testimonianza della verità. «Il Darma è un suono, un suono è il Darma. II sermone di un suono: questo è il tempo che viene. II Darma è un suono, perché è il Darma di un suono». Entrare in sintonia vuol dire che chi parla e chi ascolta si riconoscono. Vuol dire che l'orecchio è posto allo stesso livello dove il suono è emesso. Se, prima ancora di cominciare a leggere (ad ascoltare), comprendiamo che è il modo dell'ascolto a schiudere l'intesa del suono, allora non sarà tanto una questione di capire per sapere, quanto di disposizione all'ascolto: la comprensione fluirà da se, come un ruscello, con tratti piani e scorrevoli, con punti di intoppo e gorghi e ristagni, e sarà per ciascuno un'avventura unica. Non si tratta di omologare la propria a una comprensione canonica predefinita, né di sbizzarrirsi in arbitri interpretativi: ma di lasciare che si affacci lo stupore di scoprire che, dall'interno della propria esperienza della vita, giunge un'eco in sintonia con la voce che stiamo ascoltando. Sorgerà allora lo stupore rigenerante di scoprire (ma non lo sapevamo già?) che quell'eco è unica, ha il timbro inconfondibile della mia voce e, insieme, il suono di ognuna e tutte le voci che la vita produce in tutto l'arco del tempo. Miracolo, ordinariamente straordinario, del coincidere di unicità e universalità.
Bisogna, dunque, ascoltare nello stesso modo in cui Doghen ha scritto. Questo vuol dire, innanzitutto, che anche l'ascolto è testimonianza, è esperienza religiosa. Vuol dire che, come lo scrivere è stato per l'autore espressione di pratica religiosa, così l'ascoltare deve essere per chi legge espressione di pratica religiosa. Il che non significa adesione fideistica, accoglimento acritico della parola udita, ma una disposizione fiduciosa e nello stesso tempo rigorosa: fiduciosa, perché la sola intenzione dell'autore è quella necessità di testimonianza di cui si è detto, priva di qualunque risvolto proselitistico, di qualunque mentalità di guadagno, e la storia della sua vita è li a confermarlo; rigorosa, perché stiamo parlando dell'essenziale, e non c'è alcun ipse dixit che tenga: il rispetto che portiamo all'autore si deve concretizzare in un vaglio intellettualmente onesto.
Credo che un buon metodo per imparare ad ascoltare sia comprendere come Doghen ha, a sua volta, ascoltato le scritture con cui si è confrontato. Infatti, quanto abbiamo appena detto per noi, per la nostra disposizione all'ascolto, vale ovviamente anche per lui. Capire come Doghen ha letto, ha ascoltato, ci introduce a capire come ha scritto: capire come ha scritto, ci fa comprendere come lo dobbiamo ascoltare.
Solitamente Doghen - e quest'opera non fa eccezione - parte dalla citazione di un testo canonico. II riferimento alla tradizione, al «cosi è stato detto» (in sanscrito Itivuttaka, che e anche il titolo della raccolta dei testi brevi attribuiti personalmente a Budda) e imprescindibile in un testo religiose: ne è in un certo senso il marchio di autenticità. Sottoporre la propria parola al vaglio della parola pronunciata e riconosciuta dalla tradizione, è la garanzia che non si sta seguendo il proprio arbitrio o la fantasia di una suggestione. Questo vale tanto per le tradizioni religiose che si rifanno al Libro, che venerano il testo scritto di riferimento come custode principe della rivelazione religiosa, quanto per quelle che poggiano maggiormente sulla tradizione orale: a queste ultime si può probabilmente ascrivere il buddismo, anche se classificazioni e attribuzioni di questo genere sono sempre approssimative e da prendere con le molle. Il buddismo, pur avendo prodotto un canone scritto di mole imponente, non riconosce nelle scritture in se stesse uno dei propri riferimenti ineludibili: ma vede in esse un veicolo di ciò che davvero conta, la trasmissione da persona a persona della testimonianza che non si altera con il mutare delle espressioni, dei modi di dire, dei riferimenti culturali. Quel veicolo, allora, saràiù o meno fedele non solo in virtù del modo in cui le cose sono dette (modo che, infatti, una volta fissato nello scritto, si cristallizza in una forma consona ad un tempo e ad un luogo, ed è quindi passibile di inadeguatezza se trasposto tale e quale in un altro tempo e in un altro luogo), ma soprattutto in virtù del modo in cui sono ascoltate: e infatti l'incipit di molti Sutra, i testi antichi del buddismo originario, è tradotto nell'antico giapponese (kanbun) con l'espressione Nyoze gamon («così io ho ascoltato»).
Così è stato detto - così io ho ascoltato sono dunque le due ali che sostengono il volo. Fra il così è stato detto e il così io ho ascoltato c'è qualche cosa di assolutamente unico ed essenziale: è come la relazione fra l'acqua e la goccia d'acqua. Non cadere in errore a proposito di questo è, in fondo, il vero problema.

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