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Asia Modena ¤ Appunti Yoga 27 ¤ martedì 29 giugno 2010

Dürckheim. L'Hara come pratica

Friedrich von Dürckheim
Hara. Il centro vitale dell'uomo secondo lo zen
Traduzione di Julius Evola
Edizioni mediterranee, Roma 1992

A questo punto sarà opportuno fare alcune considerazioni sugli esercizi di Yoga che oggi molti praticano sotto la guida di maestri più o meno competenti. È noto che gli effetti di tali esercizi possono essere assai diversi. Per i più essi sono positivi, per alcuni possono anche essere negativi. Per capire la ragione di questa divergenza, bisogna partire dall'idea che il senso più profondo dello Yoga è il ritrovamento del "vero Io": senso, che talvolta maestri e discepoli perdono di vista in relazione sia al fine ultimo, sia ai presupposti per avvicinarsi ad esso. Se gli esercizi yoga restano sul piano di un mero addestramento fisico essi hanno poco da fare con lo Yoga nel senso di un collegamento integratore e risanatore dell'uomo col suo essere profondo. Si avrà una specie di ginnastica che riduce lo Yoga ad un mezzo per irrobustire l'organismo, per accrescere la salute, la volontà e le proprie capacità prestazionali. Naturalmente, tutto ciò può essere assai utile, senza che però contribuisca al vero sviluppo spirituale. Inoltre l'orientamento anche di esercizi conformi al fine precipuo dello Yoga sarà necessariamente diverso a seconda della situazione di partenza in cui l'uomo con la sua costituzione si trova al momento in cui inizia la pratica.

Nel suo paese, il Maestro indù ha da fare con un tipo umano che in genere è assai diverso dall'occidentale. Come la gran parte degli Orientali, l'Indù, per le pratiche col respiro, presenta un terreno esistenziale differente dal nostro. La diversità concerne due punti: il suo atteggiamento generale di fronte alla vita e la sua costituzione psico-fisica complessiva.

Date le secolari tradizioni di pratiche di raccoglimento spirituale e di contemplazione proprie all'Oriente, in India gli esercizi di respirazione fan parte in modo del tutto naturale della Via, tanto da non esser quasi necessario sottolinearne il senso spirituale Analogamente le formule, i simboli e le immagini date dal Maestro trovano nel discepolo un suolo già preparato, tanto da poter venire assunti direttamente nel modo giusto. Invece nell'allievo occidentale essi spesso suscitano soltanto uno stato d'animo spiritualizzato ma infecondo, danno luogo ad una elevazione solo momentanea e "sforzata"; assai di rado essi possono determinare durevolmente l'insieme delle disposizioni della persona. Nella maggior parte dei casi, quando fuor dall'Oriente ci si occupa dello Yoga si trascura la preparazione spirituale capace di dare il giusto tono ai vari esercizi, per cui questi vengono praticati come semplici esercizi del corpo, in chiave più o meno salutistica. È, questo, un altro aspetto per cui strutturalmente l'Orientale è diverso dall'Occidentale.

Mentre per l'Indù il pericolo è quello di un rilasciamento che porta verso il basso, di un dissolvimento dovuto a un aver "troppo poco Io", la maggior parte degli Occidentali soffre di un "eccesso di Io" e di una ipertensione verso l'alto. Nell'un caso vi è troppa volontà, nell'altro vi è il pericolo di un lasciarsi andare passivamente. Nel primo, si vuol fare troppo da sé, nell'altro ci si affida troppo al corso delle cose; nell'uno, vi è la tendenza ad accentuare l'inspiro rispetto all'espiro, a tenersi desti e coscienti in alto nella fase dell'inspiro, nell'altro vi è il pericolo di aprirsi troppo verso il basso e di finire in una specie di semicoscienza - e via dicendo. Ora, il suolo di risonanza e il campo di manifestazione dell'assoluto essendo l'uomo integro, se ci si vuole aprire ad esso bisogna anzitutto realizzare la propria "integrità", il che significa eliminare quel che l'individuo ha di troppo, e completarlo con quel che gli manca.

Per cosi dire, ciò di cui l'Indù manca è più l'"alto" che il "basso". Si può dunque capire che negli esercizi di respirazione yoga si dà rilievo all'inspirazione eseguita con una volontà cosciente e alla ritenzione del soffio inspirato. È vero che il maestro yoga dice al discepolo di rilasciarsi prima di ogni esercizio, ma spesso egli non si rende conto che a tanto è richiesto proprio ciò di cui l'Europeo è meno capace, per cui a lui è necessario un lungo addestramento preliminare. Sembra che pochi istruttori di Yoga aspettino che i loro allievi occidentali abbiano acquistato la capacità di rilassarsi completamente prima di passare a pratiche comportanti una particolare tensione interiore. Se poi la pratica mira al rafforzamento dell'Io e eventualmente usa come base per la concentrazione la formula "io sono io" - che in ìndia si riferisce non al piccolo Io ma al grande Io, mentre l'Occidentale l'interpreta erroneamente nei termini di una conferma del proprio Io empirico - allora la confusione è completa.

Nel complesso, per l'Occidentale la pratica col respiro deve far compiere anzitutto il passaggio dall'alto al basso,, per cui in essa l'accento deve cadere sull'espirazione. Se invece si comincia con una salita verso l'alto in un modo che impegni tutta la volontà, ne risulterà uno stato che va incontro all'atteggiamento connaturato dell'Europeo e che per questo lo entusiasmerà, portandolo però su una via sbagliata perché egli andrà ad innestare una forma artificiale di tensione volontaria su una costituzione già fin troppo tesa, ovvero labile. Nel miglior caso, l'individuo subito dopo l'esercizio potrà provare una sensazione accresciuta dell'energia vitale e eventualmente "sentirsi più a posto" dal punto di vista esteriore; ma in un secondo tempo, quasi come compensazione di una struttura ipertrofica dell'Io e della volontà, struttura ora ulteriormente potenziata, può sopravvenire ad un tratto un completo afflosciamento. Analogamente, alla vivificazione artificialmente raggiunta può seguire uno stato di esaurimento per via del quale molti sono portati ad abbandonare tali esercizi.

Anche in persone dalla volontà debole una pratica col soffio nella quale si dia un rilievo unilaterale all'inspiro ha effetti positivi solo in apparenza. Per lo più l'Io tali persone nell'infanzia non ha avuto una giusta formazione. Per poterla conseguire da adulti, il presupposto è però sempre il contatto con l'essere profondo. Spesso proprio le persone che nel complesso mancano di volontà e di una tenuta interiore hanno una respirazione "corta", cioè superficiale, associata ad una tensione angosciata verso l'altro che deve essere sciolta. Così solo dalla profondità può sorgere la giusta "tensione verso l'alto".

La pratica del respiro ha un significato diverso in ciascuna delle tre fasi dello sviluppo dell'uomo.

Nel primo stadio l'uomo percepisce il proprio respiro come un semplice fatto esistenziale e lo considera come una funzione che si può considerare a sé, senza un nesso con l'insieme dell'organismo, ed è in questi termini che di esso può fare l'oggetto della sua attenzione. In tale caso, dandosi alle pratiche col respiro, egli non si esercita in una unità di sé col corpo ma tratta l'organismo quasi come uno strumento stonato che egli vuol imettere in sesto. Ciò che con questo modo esterioristico di praticare si può raggiungere è una certa automatizzazione della funzione, da considerarsi però come semplice premessa per il resto. Nel miglior caso, dalla pratica deriva una forma di respirazione che può essere utile dal punto di vista della salute ma che dal punto di vista interiore non comporta ancora nessun vero profitto. L'esercizio non acquista un significato per la personalità che quando respirando ci si comincia ad addestrare non col solo corpo ma con se stessi. È quel che avviene nella seconda fase della pratica.

La seconda fase mira alla formazione di una personalità capace di affermarsi nel mondo, di agire in modo oggettivo e di avere una libera vita affettiva. Tutto ciò risulta ostacolato nella misura in cui l'uomo è dominato dal piccolo Io: situazione, questa, che anche quando la persona non soffre di disturbi della respirazione si riflette in un suo modo "piatto" (breve), cioè superficiale, di respirare. In questa seconda fase la rettificazione del respiro non significa più la semplice rintegrazione di una funzione corporea. Ora si tratta di modificare e correggere non il soffio ma se stessi. Bisogna capire che non è il corpo dell'uomo ma lui stesso a respirar male.

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