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Asia Modena ¤ Appunti Yoga 28 ¤ martedì 13 luglio 2010

Il sonno, il corpo-mente, l'illuminazione. Dogen

Dogen (1200-1253, coevo a Federico 2.) ottiene l'illuminazione a 25 anni. Wiki:

Con il nuovo abate, Dogen visse una ulteriore profonda esperienza di illuminazione. Era il mese di maggio del 1225, una notte un monaco vicino a Dogen cadde addormentato durante la pratica dello zuòchán (giapp. zazen), allora il maestro Rujing lo scosse dicendogli: "Nel Chán mente e corpo sono da abbandonare, a che serve dormire?". Dopo aver ascoltato il dialogo, e compreso profondamente le parole di Rujing, Dogen si recò nella stanza del maestro comunicandogli che "Mente e corpo erano stati abbandonati". Rujing riconobbe l'autenticità del (giapp. satori, 'illuminazione') di Dogen.

Lo stesso episodio è così riportato in I tre pilastri dello Zen di Philippe Kapleau (Astrolabio-Ubaldini, Roma 1981):

Dogen in Cina dimorò nei monasteri più famosi, praticò sotto la guida di molti maestri ma il suo desiderio di liberazione totale restava insoddisfatto. Alla fine nel famoso monstero di T'ien-t'ung ottenne il completo risveglio, ovvero la liberazione del corpo e della mente grazie a queste parole pronunciate dal suo maestro, Ju-ching: "Devi lasciar cadere corpo e mente!".

Si dice che queste parole siano state pronunciate da Ju-ching all'inizio del periodo formale dello zazen, di primo mattina, mentre compiva il suo giro di ispezione. Avendo sorpreso un monaco che sonnecchiava, il maestro lo rimproverò battendolo per la sua mancanza di energia. Rivolgendosi poi ai monaci disse: "Dovete sforzarvi con ogni mezzo, anche a costo della vita. Per raggiungere la perfetta illuminazione dovete lasciar cadere corpo e mente". Appena Dogen udì quest'ultima frase il suo occhio mentale si aprì in un flusso di luce e coscienza.

In seguito Dogen si presentò nella stanza di Ju-ching, accese un bastoncino d'incenso come nelle occasioni importanti e si prostrò davanti al maestro nel modo tradizionale.
"Perché accendi un bastoncino d'incenso?", chiese Ju-ching?

Non c'è bisogno di dire che Ju-Ching, maestro di prim'ordine, che aveva già ricevuto molte volte Dogen nel dokusan (incontro privato) e conosceva perciò il suo stato mentale, poteva comprendere subito, dalla venuta di Dogen, dalle sue prosternazioni e dal suo sguardo espressivo, che egli aveva avuto la grande illuminazione. Ma senza dubbio Ju-ching voleva vedere quale risposta avrebbe provocato una domanda così innocente, per stabilire la vastità del satori di Dogen.

"Ho sperimentato la caduta del corpo e della mente", rispose Dogen.
Ju-ching esclamò: "Hai lasciato cadere corpo e mente, corpo e mente sono stati proprio lasciati cadere!".
Dogen obiettò: "Non darmi così presto la tua approvazione!".
Ju-ching: "Ma non lo sto facendo affatto!".
Invertendo i loro ruoli, Dogen chiese: "Dimostrami che non lo stai facendo!".
Ju-ching ripetè: "Questo corpo e questa mente sono caduti". Dando così la dimostrazione.
Allora Dogen si prostrò di nuovo davanti al maestro in segno di rispetto e gratitudine.
Ju-ching aggiunse: "Ciò che 'cade' è gia caduto".

È degno di nota che dopo questa profonda esperienza Dogen continuò la pratica dello zazen in Cina per altri due anni, prima di far ritorno in Giappone. Wiki EN:

Poco prima di morire, Dogen scrive il suo death poem (giapp. gatha), la poesia in punto di morte citata da Nancy Baker:

Per cinquantquattro anni
Seguendo la via del cielo
Ora saltando oltre
Frantumando qualunque barriera.
Stupefacente!
Gettare ogni attaccamento
Finché si è vivi!
Tuffarsi nella gialla primavera!

Che Wiki En riporta in forma diversa:

Cinquantaquattro anni incendiando il cielo
Un salto fremente schianta un miliardo di mondi
Ha!
L'intero corpo non cerca nulla
Vivente, mi tuffo nelle gialle sorgenti.

Così descrive il genere del gatha un testo classico sulla poesia zen:

Le poesie Zen sulla morte, cui spetta un posto di prestigio nella letteratura mondiale, hanno una tradizione molto antica. Sulle loro origini si possono solo fare ipotesi, ma probabilmente nelle più antiche comunità i maestri si sentivano responsabili verso i loro discepoli anche oltre la tomba, e scrissero queste poesie nella speranza che fossero d'aiuto nell'indicare la via del raggiungimento, non solo ai loro discepoli ma anche ai posteri. Per alcuni la poesia finale non era ritenuta di per se stessa di grande importanza [...]. Molti tuttavia la consideravano come un consuntivo simbolico, che con molta probabilità poteva servire di preparazione al momento inevitabile: la poesia sarebbe rimasta, ogni sua sillaba sarebbe stata ben considerata, e la vita degli uomini avrebbe potuto essere influenzata dalla verità, dall'assoluto, qualunque ne fosse stato il messaggio e il valore poetico.

(Poesie zen, A cura di Lucien Stryck e Takashi Ikemoto, Newton Compton, Roma 1983)

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