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Asia Modena ¤ Appunti Yoga 30 ¤ martedì 28 settembre 2010

Herrigel. Koan e satori. 1

Eugen Herrigel
La via dello zen
Edizioni Mediterranee, Roma 1993

Sottolineature mie.
a.p.

Il coan

Oggetto della meditazione è il cosiddetto coan, che esige il massimo sforzo e non consente il comodo assopimento.

Qualche esempio di coan:

Se il tuo spirito non risiede nel contrasto di bene e male, cos'era il tuo volto in origine, prima che tu nascessi?

Se per la strada incontrate uno che ha raggiunto la verità dovete passargli accanto senza parlare né tacere. Dite: come lo affronterete?

Il sacerdote Shusan, tenendo dinanzi agli occhi dell'assemblea (dei monaci) il proprio bastone (detto shippei, il bordone dei maestri degli antichi tempi poi assurto a simbolo della loro dignità), disse: Chiamarlo bastone è offensivo, non chiamarlo bastone è sbagliato. Dite: come lo chiamerete?

Haku-in (il più insigne maestro giapponese di Zen al quale risale essenzialmente il metodo della meditazione sui coan) soleva tenere alta una mano e invitare gli allievi a sentirne il suono. Come interpretare l'invito?

Riferendomi a quest'ultimo coan tenterò di spiegare come si comporta il meditante e che cosa è importante.

L'allievo si arrovella sul tema propostogli per ore, giorni, settimane. Profondamente concentrato egli sviscera il problema esaminandone tutti gli aspetti e tutte le possibilità. Infine crede di aver trovato: Poiché un suono può venir prodotto solo da due mani mosse l'una contro l'altra, la risposta non può essere che questa: Il suono di una sola mano, anche con la massima buona volontà, non può sentirlo nessuno. Ma la soluzione non può essere così semplice. Non sarebbe meglio dire più prudentemente: Una sola mano non produce un suono percepibile dall'orecchio umano? Ma questa non è una soluzione, è una semplice constatazione. Evidentemente l'accento non cade sul suono e la percepibilità dello stesso. Quest'ultima sembra piuttosto un accessorio che complica il problema. Il nucleo del problema è forse il seguente: Che cosa significa una mano a differenza di due? Non si tratta forse della differenza fondamentale tra l'uno incontrastato e la dualità dell'opposto? Cioè una mano simbolo di un principio. La soluzione gli sembra buona già per il fatto che nel buddhismo a tale differenziazione viene attribuita una funzione decisiva, della quale si parla molto spesso. Gli sembra la soluzione giusta. L'allievo perciò va dal maestro. Ha diritto di rivolgergli domande una volta al giorno. Gli espone la sua soluzione con entusiasmo e fierezza. Il maestro lo ascolta, scuote il capo e lo rispedisce nella sala della meditazione senza una parola di spiegazione. Ma può anche succedere che non gli permetta di dire neanche una parola e lo mandi via appena apre la porta. L'allievo, lasciato a se stesso, riprende a concentrarsi. Vuole distinguersi, vuol far colpo sul maestro. Meditando accanitamente si sforza di trovare la soluzione a tutti i costi. Ma comunque la giri e la volti - non arriva ad altro risultato. Perché l'ha respinto il maestro? Che si fosse espresso goffamente, in modo poco chiaro? Quindi riflette sulla formulazione e poi va di nuovo dal maestro. Questi lo manda via di nuovo, questa volta con marcata disapprovazione. Ma nemmeno questa volta dice all'allievo in che cosa consiste il suo errore. A questo punto l'allievo è sconcertato. Se è tanto lontano dalla soluzione, potrà mai raggiungere la meta? Si raccoglie. Adesso si tratta della vita! Affronta il problema con appassionata energia, non più col solo intelletto ma chiamando a raccolta le forze del corpo, dell'anima e della mente al punto che il problema non si staccherà più da lui. Si arrovella anche durante il riposo, il pasto, il lavoro pratico quotidiano, e il problema lo perseguita fino nel sonno. Non è più necessario che si costringa a pensare ad esso. Anche se volesse distrarsi non potrebbe più farlo. Ma ogni sforzo è vano. La soluzione non vuol saltar fuori. L'allievo dubita della propria capacità, si avvilisce e non sa che fare. Lo salva dalla disperazione assoluta soltanto l'esortazione del maestro ad aumentare la concentrazione fino a rendersi impenetrabile alle emozioni. Deve imparare ad aspettare con pazienza e fiducia che la soluzione maturi e si offra spontaneamente.

Adesso imposta la cosa in modo diverso. Non sente più il bisogno di scomporre e sviscerare il problema: l'ha già fatto fino alla noia. Non disperde più le sue forze, non pensa più a questo e a quello, a mille cose, a una mano o due mani, a principii o cose simili, né a costringere la soluzione a saltar fuori - pur essendo legato ad essa in una straordinaria tensione spirituale. Anela ad essa come l'assetato desidera il sorso d'acqua che gli salverà la vita. Però si comporta come chi si sforza di ricordare cose dimenticate. È nello stato d'animo di chi cerca con tutte le forze una cosa scordata dalla quale dipende la sua vita.

In questa disposizione di spirito può succedere che la soluzione gli balzi alla mente all'improvviso, inaspettatamente. Oppure che rompano la tensione un richiamo, un rumore forte, nei casi ostinati un contatto doloroso. È un momento estremamente eccitante. Lo preannunciano tremori e sudorazione. Ma anche gratificante: di colpo gli si presenta alla mente ciò che ha cercato invano. Adesso vede chiaro dove prima vedeva confuso, vede la foresta malgrado gli alberi. Gli cade la benda dagli occhi. Ha la sensazione di essere redento. È un momento che dura un attimo, eppure è eterno. E l'allievo riesce a malapena a contenersi.

Satori

In questo stato d'animo va dal maestro. Non più fiero ed entusiasta, ma imbarazzato e incerto. Al suo cospetto ammutolisce perché non riesce a dire ciò che per lui è chiarissimo. Oppure balbettando accavalla le parole e ha paura di presentarle come soluzione.

Il maestro capisce subito. Forse si è reso conto di trovarsi di fronte al SATORI, ILLUMINAZIONE, autentica esperienza vissuta, già mentre l'allievo apriva la porta. Lo calma e gli fa coraggio.

Che cosa è successo? L'allievo non ha trovato una nuova interpretazione, non ha avuto una nuova idea, ha scoperto che adesso vede la soluzione come se gli avessero aggiunto un terzo occhio - un occhio spirituale. Vede le cose non più come prima, ma in modo diverso. La sua visione è cambiata - anzi probabilmente è cambiato lui stesso.

Perciò la via che conduce dai comuni modi di vedere e concepire a questa nuova visione condizionata dal satori non è diritta. Avviene un salto in una nuova dimensione.

Pertanto questa nuova visione è senza paralleli, non è descrivibile.

Ma non c'è modo di illustrarla almeno per sommi capi? Se così non fosse non potremmo proseguire il discorso, e quanto segue, essendo strettamente legato a questa nuova visione, sarebbe ancora più incomprensibile - perché in questa intuizione fondamentale, in questo fulmineo interiorizzarsi affondano le loro radici i livelli superiori dello Zen. Quindi, per chi non la sperimenta di persona e ha occasione di conoscerla solo per sentito dire, è necessario descriverla in qualche modo. Comunque - come dicono giustamente i maestri di Zen - il dito che indica la luna non è esso stesso la luna.

[D.T.] Suzuki ha sentito vivamente questa necessità. "Visio-illuminata della vera natura di tutte le cose", "il satori è una specie di percezione interna - non percezione di un particolare oggetto ma una speciale sensibilità per la stessa vera realtà", "è percezione di ordine supremo". "Se vogliamo raggiungerla dobbiamo considerare la vera realtà delle cose come se la coscienza del questo e non-questo non si fosse ancora destata"...

Queste osservazioni sono giuste ma enigmatiche quanto lo stesso satori. Perciò c'è pericolo che mettano in moto la fantasia del lettore e che esso - se in qualche modo ci riesce - si faccia un'idea sbagliata del fenomeno. Quindi tenterò di dare un'idea del fenomeno in un altro modo.

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