A.S.I.A. dojo Modena
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Vivere dormendo.
Un percorso di pratica meditativa

A cura di V.
(2008)

Non ricordo un periodo o un momento a partire dal quale ho cominciato a sentire il non senso della vita. Quel che vedo è che tutti i miei ricordi sono come avvolti da una stessa atmosfera, fatta di solitudine e nostalgia.

Lo sguardo che avevo sul mondo era lo stesso che avevo per me: tutto sarebbe finito, me compresa, e nel sentire questo ero sola, senza riferimenti, senza che una qualsiasi delle persone a me vicine potesse aiutarmi.
Essere sola nel sentire questo significava essere incompresa, solitudine voleva dire non essere capita e non capirmi.

Non da subito questo sentire è stato problematico, capitava che all'improvviso mi cogliessero questi pensieri e ad essi mi abbandonavo, come ad un temporale estivo: in breve sarebbe passato! Prima o poi una nuova esperienza, una nuova città, nuovi amici, la realizzazione sul lavoro, mi avrebbero cambiata! Ero piena di energie e fiduciosa: avrei costruito la mia felicità.

Il problema è sorto quando ognuno di questi obiettivi è stato raggiunto: a fine corsa c'era sempre la stessa profonda mancanza. Di cosa? Non lo sapevo, non indagavo il mio malessere che cominciava, anzi, a mettere le radici dell' inadeguatezza, di me rispetto al mondo e di me rispetto a me. Ero io a non funzionare, io non sapevo vivere, e se proprio non riuscivo a cambiarmi perchè vivere? A che scopo? Che senso poteva avere esistenza se era sempre malesistenza?

A questo grado di confusione, a questo livello di strutturazione mentale, un giusto intendimento del mio sentire non sarebbe stato possibile se non avessi provato la via della meditazione. (Nemmeno chiamavo 'sentire' la mia sofferenza, che credevo piuttosto una malattia).
Fu casualmente, poco più di due anni fa, che, durante una conferenza al centro A.S.I.A. su "Meditazione e Filosofia" , la mia sofferenza si chiarì come domanda.
Il passaggio fu 'istintivo': di fronte alla mancanza di una causa prima, di un Dio creatore, di un principio generatore della vita, "io che ci sto a fare?"
La mia era una domanda esistenziale!

Ricordo chiaramente la prima esperienza in shavàsana, ricordo di essermi sentita enorme, il mio peso mi era insopportabile. Ciò che sentii significò per me il giudizio (negativo) che avevo di me stessa: esso era enorme come il peso del mio corpo abbandonato al suolo.
Ne parlai al maestro che mi rassicurò riguardo all'esperienza: era la prima volta che concedevo immobilità al corpo; era interessante però, a suo parere, la lettura che ne avevo fatto, "perchè giudizio?"

Una domanda semplice ma non banale, almeno non lo fu per me.
A pensarci oggi mi pare incredibile: fino ad allora ero stata il contenuto dei miei pensieri, li avevo incassati come pugni allo stomaco. Di sicuro sentivo tanto, ma neanche immaginavo che il sentire potesse essere indagato, e il pensare, così meccanico, così ovvio, potesse essere messo in discussione.
Che la realtà fosse frutto della mente lo avevo letto e inteso nel senso dell' inadeguatezza: "La mia mente era sbagliata. Se avessi avuto uno sguardo positivo sul mondo avrei vissuto serenamente. Si trattava solo di trovare la giusta strategia."
Ma cos'è una strategia se non un'operazione della mente? Di una mente abituata ad agire in questo modo?

L'intuizione non è stata affatto immediata!
Anzi, il primo grande scoglio, il primo vero pugno allo stomaco fu l'impatto con la gettatezza, fu capire che – come scrissi:
" il mio sentire, la relazione che ci stabilisco, la mente, i suoi pensieri, 'io'…. sono così punto e basta!
Che angoscia! Che enorme senso di costrizione! Che tutto finisca potevo forse ancora accettarlo, ma nel frattempo?
Devo vivere con questo fardello? Con questa mente sempre tesa alla felicità e quindi alla sconfitta?
Tutto finisce, me compresa.. ma quando? Chi lo decide? Perchè?"

(è stato)..Un boccone piuttosto amaro, da ingerire nel bel mezzo di un periodaccio! Accadeva infatti, nel durante, la fine di una relazione amorosa, ma soprattutto accadeva la mia dispe-reazione a questo fatto.
Il fatto era perdita, abbandono, impermanenza, gettatezza, costrizione, solitudine, e il soffrire di tutto questo.
L'assimilazione non solo dell'evento relazionale in sé mas anche dei significati più grandi che esso aveva finito per rappresentare, mi portarono ad una sofferenza totalizzante: "niente ha senso e tutto è sofferenza, compresi i tentativi di rifuggirla".

L'ondata di non senso travolse anche la pratica della meditazione alla quale non riuscivo a dedicarmi con costanza, fino a che una sera, durante una lezione, il maestro ci fece una domanda che mi colpì per quanto sembrò vicina ai miei pensieri:
"Qual è l'economia dell’ego? È una ricerca di soddisfazione come micro-sollievo dalla attesa insensata del tempo che passa.
Cos’è più autentico? L'attesa o il micro-sollievo?
Meditare è domandare. Domandare è relativo al fatto stesso di domandarsi, di sentire, di dubitare.
Esistenza è sofferenza o non lo è? E' così o non è così? Provate a restare in questa sospensione".

Credo di poter far risalire a questo periodo, circa due mesi prima del seminario estivo, una mia reale partecipazione alla pratica: non mi restava nient'altro da fare che concedere fiducia, non riuscivo più a prendermi in giro.

"Essere stanca, sentire duole, pensare distrugge"
F. Pessoa

Si praticava la meditazione sull’istante dell'accorgersi: Chi si accorge? Cosa c'è prima dello sguardo che si accorge? La sofferenza è prima o dopo l’accorgersi?
Non capivo.
Vedevo i miei pensieri, le mie paure, i desideri, il giudizio e il fastidio per ciò che vedevo, e sentivo la gettatezza in questo atto: "perchè non posso farne a meno?" chiedevo, e ogni volta il maestro riportava l'attenzione a 'chi' è che si accorge.
Non capivo, e il non capire m'infastidiva, eppure qualcosa era cambiato: non più ribellione ma fastidio, non più illusione ma attesa.
Ricordo d'aver definito questo stato 'inazione'. Mi sembrava di non fare niente..e del resto, cosa avrei potuto fare?
Tutto si era svelato come illusione, quindi aspettavo, quindi deponevo le armi!

In questo stato si succedevano i giorni, fino al seminario estivo, in montagna.
Dei giorni che lo precedettero ricordo un sapore di stranezza: avevo paura, paura di cambiare, ma questa paura era strana: se non avevo più niente da perdere, cosa temevo? Cos' era quella sorta di panico?

Anche i giorni trascorsi in montagna a meditare hanno avuto un loro preciso sapore: quello dell'abbandono.

Per descrivere cosa è stato per me il seminario, non posso che riportare le parole del maestro; alcune sentite tante altre volte, ma lì, finalmente capite, altre nuove, disarmanti e illuminanti al tempo stesso.


"Accorgersi non è nè prima nè dopo, è in quest' istante!"

e soprattutto:

"Accorgersi non è uno stato". ( lo stato dell'abbandono! ) . . (di cui mi accorgo!)"

"Accorgersi è senza niente prima, è prima di fare il primo passo, di immedesimarsi"."Accorgersi è indubitabile, ma sempre dipende da qualcosa: mi accorgo di qualcosa"
"Cos’è uno stato?"
"Dalla relazione con cosa nasce l'immedesimazione?"
"Cosa produce desiderio (e/o rifiuto)?"

"Anche la domanda di senso può diventare uno stato in cui ci immedesimiamo"

"Il denigratore denigra tutto, tranne il proprio denigrare"

"Accorgersi è prima di fare il primo passo, e se è prima, vuol dire che prima non c'è niente"

"Quale relazione si stabilisce con questo atto iniziale?
Essa dipende dalle aspettative. Da dove nascono le aspettative?" (dalla relazione con cosa? Perchè mi è così difficile stare in bilico?)

"L'uomo è volontà di capire perchè non ha contenuto,
posso cioè negare il contenuto, ma non la spinta a capire"

"..il nostro problema è che cerchiamo sempre un' identità"

"..provate ad immaginare un pozzo viscido in cui siete caduti, quel pozzo è la vostra domanda di senso, non c'è altro pensiero che possa aiutarvi ad uscire dal pozzo."

"Accorgersi e domanda di senso devono coincidere"

"..nel dire “niente ha senso” stiamo forse salvando quell’ultima parte di noi stessi che si immedesima nel dirlo?"

Queste osservazioni e domande sono importantissime.

(Non so da cosa dipende questa magia del capire: quando le cose si svelano proprio quando tu non fai niente..è come un pensiero di altra natura, che segue la sua strada, indipendente da te. Anzi, proprio quando 'tu', coi tuoi schemi e le tue logiche finalmente molli la presa, ecco che capisci, come una magia, come un regalo.)

Più di tutti è risuonato l'ultima domanda: è vero, nel dire 'niente ha senso' stavo salvando quell' ultima parte di me che lo diceva. È la tendenza ad abitare sempre un'identità.

È stato decisivo uno scambio di battute tra una compagna di pratica e il maestro, una mattina durante un un’incontro. Non lo ricordo bene, ma la mattina successiva, in meditazione, ho avuto un'esperienza che, senza alcuna caratteristica negativa, posso solo definire di assurdo:

"Chi si accorge?..
(vedevo la domanda, vedevo la risposta)
..non lo so..
..cosa vuol dire 'che ci sto a fare'? chi se lo chiede?..
(lo sguardo su questi pensieri era acceso, ma senza forma, non riconoscevo un'identità)
cos'è?..quest'attenzione, quest'essere accesi nel buio?
..non lo so..
(poi un lungo silenzio, un 'non so' totalizzante, che non sapeva più cosa chiedere).
M'è parso poi di precipitare, come uno svuotamento, un cadere interno..
e d'improvviso, con un crescendo d'intensità, ho sentito il battere del cuore.
Assolutamente ingiustificato: non un pensiero poteva averlo causato, non un'emozione… ero caduta, la mente era caduta, l'io a me familiare non c'era più, era come uno dei pensieri che avevo visto scorrere e insieme agli altri era caduto..)
..e allora? da dove quest'intensità nel cuore?
E' assurdo!
..dal niente..dal vuoto di pensieri..dall'assenza di identità!
..dal niente..c'è..
..misteriosamente, assurdamente, sconosciutamente… inafferrabile!

E' importante ricordare a me stessa che ho potuto dar valore a questi significati solo grazie al confronto col maestro;
infatti, per quanto quel giorno io avessi notato in modo fortissimo la stranezza di questa esperienza in meditazione, la mente avrebbe finito per spiegarsela alla solita maniera: banalizzando il semplice (che è poi l'essenziale). Perchè è in bilico sul vuoto la mia mente non poteva, non ci sapeva stare!

Ma è uno stare trasformante. Oggi non faccio che accorgermi di questo: fin dal risveglio, il mio momento privilegiato, dopo un attimo di smarrimento, vedo la mente afferrare un pensiero, come se ne avesse bisogno per auto-certificarsi, per darsi ragione, diritto d'operare. Mi chiedo perchè fugge la mente ordinaria, e cos'ha da svelare la mente altra; lo chiedo perchè sento che c'è qualcosa in me che frigge, che rifiuta l'attaccamento, che non si esaurisce in uno qualunque dei pensieri che affollano la mente. Mi chiedo come mai di fronte al niente, al vuoto, ci sia sempre un sapore, e come questo mi spinga costantemente all'accasamento, alla ricerca di un'identità. E' questo stesso processo che sento come la causa di ogni mia sofferenza, è sempre lo stesso percorso: tendo all'affermazione, mi slancio ad afferrare, e qualsiasi cosa io finisco per prendere, genera sofferenza.., perchè ogni cosa ripropone ciò che non capisco… cosa sento davvero quando sento il niente? Da dove comincio ad 'inventare' l'io?

Meditare è per me adesso osservare le forme di immedesimazione, le abitudini della mente, gli attaccamenti diventare sempre più evidenti; non che per questo viva di meno, o sia “distaccata”; è un vivere tanto intenso: perché talvolta i miei attaccamenti e tic mentali diventano evidenti, e accade che si straniscano, e allora riaccendono il fuoco della stessa domanda: "cos' è questa storia? E cos' è questo chiedermi di questa storia?".

L'esperienza di cui ho parlato ha fatto nascere in me una sorta di fede.. (non in un contenuto, ma che ci sia davvero una verità su tutti i possibili “contenuti di fede” ..) Parlarne è difficile, pensarla commuove.

Essa nasce dall'assurdo, dall'ingiustificato, dall'indubitabile..
..dubbio è il contrario di verità, dubbio è ignoranza della verità..
ignoranza enorme e impossibile da risolvere dando credito alle forme di conoscenza, di logica, di pensiero a cui sono abituata, in cui ancora mi immedesimo ma che si screditano continuamente.


V. settembre 2008

Associazione Spazio Interiore e Ambiente - Modena